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Vittimologia: origine e
sviluppi
La vittimologia, definita
come la disciplina che ha come oggetto di studio le caratteristiche
della vittima, le sue relazioni con il soggetto che compie il reato ed
il ruolo da questa giocato nel favorire o meno l'evento criminoso,
rappresenta un ambito di ricerca piuttosto nuovo.
Per lungo tempo, infatti,
la ricerca scientifica si è interessata, quasi esclusivamente,
all’autore e alla natura del reato, ignorando la vittima e tutto ciò che
ad essa è collegato.
Nel 1948, Von Henting
pubblicò il libro “The Criminal and his victim”, considerato la
prima importante opera in materia.
Molti studi teorici e
ricerche empiriche svolte successivamente hanno spostato il focus
dell’indagine criminologica sul fenomeno criminoso nella sua interezza,
prendendo in considerazione le due componenti del reato (criminale e
vittima) viste come un “sistema”, che non può essere scisso se si vuole
comprendere l’evento nella sua interezza e senza distorsioni.
Tali studi sono volti a
comprendere i modi di essere peculiari e le caratteristiche della
vittima, in rapporto all’autore del reato e al suo mondo. Si cerca di
comprendere, in particolare, qual è il ruolo svolto dalla vittima
nell’evento criminoso, quali sono le conseguenze e i danni della
vittimizzazione, quali sono le categorie di vittime che, a causa di una
particolare vulnerabilità, possono più facilmente essere oggetto di
vittimizzazione e, infine, quali possono essere le modalità per tutelare
tali soggetti.
Il soggetto che ha
“giocato” il ruolo di vittima vive sentimenti contrastanti, che vanno
dal senso di fallimento personale, dalla paura e dai sensi di colpa,
fino al rifiuto degli altri e all’aggressività (passaggio da vittima a
carnefice). Pertanto, uno degli obiettivi principali dell’odierna
vittimologia è analizzare le conseguenze psicologiche e sociali subite
dalla vittima di reato, allo scopo, ove possibile, di alleviarne
sofferenze e disagi.
In particolare, la
letteratura internazionale ha individuato due categorie di “danno”
(primario e secondario) della vittimizzazione. Il danno primario deriva
direttamente dall’evento criminoso, quello secondario, invece, riguarda
la risposta che l’opinione pubblica e le istituzioni danno alla
vittimizzazione. Tale risposta comprende, quindi, il comportamento dei
soggetti che fanno parte dell’ambiente sociale della vittima (familiari,
parenti, amici) e il funzionamento degli organi ufficialmente deputati
al contatto con la vittima (polizia, giudici). Atteggiamenti negativi,
come la mancanza di supporto o addirittura la “condanna morale” da parte
di tali categorie, possono portare, nella vittima, conseguenze negative
da un punto di vista emotivo e sociale. Paradossalmente, gli effetti del
“danno secondario” risultano spesso più gravi e persistenti rispetto a
quelli del “danno primario”.
Un ambito di ricerca
particolarmente sviluppato in vittimologia sono gli studi riguardanti
alcune categorie di soggetti, come i bambini, le donne e gli anziani,
che per una serie di caratteristiche fisiche, psicologiche, culturali e
sociali risultano essere più vulnerabili ai danni della vittimizzazione.
Questo nuovo ambito di
ricerca, che ha spostato l’attenzione sulla vittima, ha contribuito in
breve tempo a sensibilizzare l’opinione pubblica e, più in generale,
tutta la società.
Sono quindi sorti molti
movimenti e organizzazioni di tutela della vittima, che hanno lo scopo
di studiare le caratteristiche che “predispongono” alla vittimizzazione
e creare progetti di prevenzione e aiuto a soggetti che, per loro
natura, sono particolarmente esposti ad essa.
Esempi di tali
organizzazioni sono le diverse linee telefoniche nazionali di “pronto
aiuto” (“Telefono Rosa” per le donne e “Telefono Azzurro” per i bambini)
che hanno l’obiettivo di combattere qualsiasi forma di violenza e
tutelare coloro che, purtroppo, di tale violenza sono state vittime.
Francesca Prete |